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24 luglio 2017

Truciolo, ti presento il bit: parla Marco Bicocchi Pichi

Sulla poltrona di “Tecnologie Meccaniche” abbiamo ospitato Marco Bicocchi Pichi, presidente dell’associazione Italia Startup, per parlare delle startup e del contributo che possono dare al sistema economico italiano



Di startup si parla molto e spesso in modo un po' confuso… Ci aiuta a capire cos'è una startup e qual è l'elemento innovativo che caratterizza questa tipologia di impresa?

Spesso si fa confusione tra la fase di startup, cioè l'inizio di una nuova impresa, e il concetto di startup ad alto potenziale di crescita, che è ciò a cui ci riferiamo noi. Non tutte le nuove imprese possono essere definite startup e la principale differenza riguarda il tasso di crescita potenziale e il tempo in cui questa avviene. Altro elemento importante di differenziazione è a quale tipo di innovazione e di impresa si riferisca la startup. Solitamente utilizziamo il concetto di una matrice a due entrate: il problema e la soluzione. Se sono note entrambe siamo in un ambiente con fasi e regole dettate dal mercato, se invece problema e soluzione sono ignoti, siamo in fase di esplorazione. La startup si trova proprio in questo ambito in cui il problema non è esattamente definito e la soluzione procede in maniera più simile a un esperimento scientifico che, partendo da un'ipotesi, passa alla sua verifica e, se ottiene il gradimento del mercato, cresce in maniera molto rapida. Questo è l'elemento essenziale di differenza. In Italia dobbiamo considerare con grande attenzione anche lo “scaleup” delle imprese esistenti ed il “restart” di imprese, marchi storici con potenziale di rilancio attraverso l’applicazione di innovazione –soprattutto, ma non esclusivamente digitale – revisione dei modelli di business, management ed internazionalizzazione. La “cultura startup” ha impatto ben oltre le startup in senso stretto come sopra definite.

 

Cos'è oggi Italia startup?

Italia startup è un'associazione nata in un modo un po' particolare. Cinque anni fa a Roncade, in provincia di Treviso, in occasione di Italia startup open day, l'allora Ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera chiese alla community degli innovatori italiani cosa servisse all'Italia per essere una nazione più favorevole all'impresa innovativa. Italia startup nacque sostanzialmente intorno a questa iniziativa: diventare interlocutori presso il Ministero per dare voce a chi non era rappresentato dalle strutture e dall'impresa tradizionali. Oggi conta più di 2.200 associati e promuove la filiera dell'innovazione, unisce persone fisiche, startup, acceleratori, incubatori, ma anche imprese che ritengono importante l'innovazione. Non a caso lo slogan di presidenza con il quale sono stato eletto a giugno 2015 è “Far diventare grandi le imprese innovative e innovative le grandi imprese”.

 

In cosa si concretizza questo slogan? In che modo supportate le aziende socie?

“Il nostro settore industriale ha un prodotto particolare: le imprese startup. In un mercato che si sviluppa, questo prodotto interessa sicuramente ad altre aziende; negli Stati Uniti, per esempio, grandi realtà come Microsoft, Facebook, Cisco Systems acquisiscono continuamente nuove startup per mantenere la loro leadership tecnologica di mercato.

Italia startup quindi, sia partecipando all'European startup network –che riunisce a livello europeo le associazioni nazionali– sia grazie al proprio Industry advisory board, cerca di aiutare le startup italiane a crescere attraverso l'accesso ai capitali e ai mercati, anche internazionali. Inoltre fornisce alle imprese modelli di approccio al mondo dell'innovazione e delle startup, in modo che, in base ai propri posizionamento sul mercato e cultura imprenditoriale, possano trovare una relazione con tali realtà che vada dall'esplorazione di prodotti e servizi innovativi sino all'acquisizione delle startup stesse. Si tratta di lavorare sull'aspetto culturale e sulla crescita di consapevolezza. Non è un mercato facile, perché la frammentazione e la dimensione medio piccola delle nostre imprese e la sotto capitalizzazione, nonché la scarsa presenza in Borsa, fanno sì che non ci sia un terreno favorevole né alle acquisizioni di startup né alla quotazione delle stesse sul mercato. Noi lavoriamo affinché questo tema evolva nella direzione di un maggiore impegno soprattutto da parte dei grandi imprenditori italiani nel sostenere, investire e fare sviluppare tale sistema”.

 

Cosa manca per rendere l'Italia un “Paese per imprenditori, attrattivo, creativo e innovativo”?

Dobbiamo considerare quanto l'Italia sia attrattiva per l'impresa e per fare impresa, e questo duplice aspetto ha ancora oggi dei problemi: la nostra aliquota fiscale totale è il doppio di quella inglese, le nostre infrastrutture sono diventate vecchie e sono insufficienti, esistono problemi generali che non possono essere dimenticati e le startup si trovano a operare in un contesto in cui anche i loro clienti, che potrebbero farle crescere investendoci capitali o comprando i loro prodotti e servizi, non sono così pronti. Per questo motivo ad avere successo sono soprattutto le startup che si rivolgono da subito a mercati globali e internazionali, nei quali c'è una maggiore propensione all'innovazione perché più competitivi. Le startup hanno bisogno di imprenditori che siano disposti a provare a verificare l'innovazione, in Italia invece c'è poca propensione al rischio”.

 

Quale contributo può dare il mondo delle startup al sistema economico italiano?

“Abbiamo detto 'se non c'è lavoro per te, createlo' ai nostri ragazzi e non solo a loro, soprattutto dopo la crisi c'è una generazione di quarantenni e cinquantenni che si è trovata esclusa dal sistema. In questa sfida le startup hanno un ruolo rilevante di rivitalizzazione del tessuto imprenditoriale e sono importanti anche come fenomeno culturale e di approccio al lavoro che può essere usato per la ripartenza dell'impresa.

Dal 1990 al 2015 la produzione di beni e servizi nel mondo è quasi raddoppiata ed è cresciuta del 39% al netto dell’incremento della popolazione, siamo in un'epoca di forte espansione invece da noi si tende a pensare di essere in un periodo di crisi e contrazione, questo perché ci chiudiamo dentro dei confini. Le startup stimolano invece a capire che i confini si possono rompere, che si può pensare in grande e fare cose grandi in tempi rapidi; dimostrano che ci sono attività imprenditoriali che in pochi anni assumono dimensioni enormi, sfruttando i mercati senza confini che il digitale mette a disposizione. In questo senso siamo in un'epoca meravigliosa di opportunità grandissime. Questo nella nostra mentalità italiana sembra non essere bene percepito e, a mio parere, è ciò che le startup portano di più positivo in termini culturali”.

 

Quali settori si rivelano più aperti allo sviluppo di startup? Cosa può dirci sotto questo aspetto del comparto della meccanica e dell'automazione industriale?

“Attualmente in Italia il settore più consolidato è quello della cura della persona, legato sia alle apparecchiature biomedicali sia al farmaceutico, non è un mercato enorme dimensionalmente ma è molto solido. Più ampio è invece il comparto delle startup del mondo digitale in particolare dirette al consumer, in questo ambito però la difficoltà è rappresentata dalla necessità di avere investimenti consistenti. Oggi, anche attraverso lo stimolo di Industria 4.0, sta nascendo un mondo legato a settori più tradizionali della nostra industria, che riguardano l'automazione industriale, i processi produttivi e distributivi, logistici ecc., in questo caso l'obiettivo è renderli più attrattivi e centrali. In tutto ciò si profila anche un problema di ordine culturale: l'industria cerca la situazione consolidata, certificata e referenziata, è poco propensa alle sperimentazioni, in contrasto con ciò che le startup propongono. Questo elemento, unito all'investimento richiesto, fa sì che non si riesca a esprimere appieno il potenziale di queste realtà nascenti.

Noi, come associazione, diamo un segnale importante con l'adesione di Assolombarda e Unindustria, che dimostra come ci sia un interesse e una volontà delle imprese a dialogare con il mondo delle startup. Ciò richiede che i nostri imprenditori si aprano a una nuova mentalità, che si impegnino a co-creare l'innovazione. L'alternativa è che si crei un fondo di investimento, supportato dalle grandi aziende di filiera, che sostenga la ricerca. Ho lanciato l'idea di una Camera dell'Industria 4.0 che indichi temi di sviluppo, di priorità strategica, indirizzi di investimento e di sviluppo in modo che queste energie trovino un terreno positivo su cui poi sviluppare progetti che abbiano un mercato. Ritengo infatti che il mercato vada aiutato culturalmente”.

 

Con il Piano Industria 4.0 il governo ha messo in campo diverse iniziative per favorire l'innovazione del manifatturiero italiano. Per quanto riguarda le startup le iniziative previste sono sufficienti?

Molte cose positive sono state fatte, credo che sarebbe fondamentale che il Governo agisse anche sullo stimolo culturale delle imprese partecipate dal Ministero dell'economia e delle finanze – mi riferisco a Ferrovie dello Stato, Leonardo (ex Finmeccanica), Enel, Eni – nel varare programmi di collaborazione e sviluppo in cui il mondo delle startup universitario sia considerato cruciale nella creazione di innovazione. Vedere come obiettivo strategico il fare crescere fornitori innovativi ritengo che serva al sistema. Non mancano in Italia esempi di startup che sono opportunità perse perché il sistema non le ha supportate adeguatamente, non le ha aiutate a fare il passaggio indispensabile dall'idea di innovazione alla industrializzazione. Ancora oggi il problema per le startup è riuscire ad attrarre un livello di investimenti che permettano l'accelerazione; senza ottenere tali investimenti in anticipo non è possibile dare il livello di servizio di qualità che un cliente manifatturiero, giustamente, pretende. In sostanza, bit e truciolo si devono incontrare e questo incontro deve essere favorito”.

 

Qual è il primo consiglio che darebbe a chi vuole dar vita a una startup?

“Pianificazione e ricerca del primo cliente; perché ancor prima di iniziare a fare, occorre trovare chi sul mercato è in grado di recepire. Nel mondo delle startup si tende prima a spendere e a operare, per poi valutare un eventuale interesse; credo invece che ci sia bisogno di fare un'analisi del mercato, della competizione e rivolgersi subito ai potenziali clienti. L'Italia offre una grandissima opportunità per quanto riguarda le risorse umane, ma meno dal punto di vista del reperimento della finanza e, purtroppo, anche dell'accesso al mercato. Molte società stanno adottando un modello duale, con la base operativa per finanza e marketing internazionale e un gruppo di ricerca e sviluppo di prodotto italiano, unendo creatività e qualità di sviluppo tipica del nostro paese a mercato e raccolta di capitale internazionale.

All'imprenditore di startup suggerisco di rivolgersi dove vi sia la risposta più immediata alle proprie proposte, di pensare in maniera internazionale e di ragionare da subito su come crearsi il proprio mercato. I finanziamenti devono essere una conseguenza rispetto alla domanda del prodotto o servizio. L'imprenditore si deve accertare che ci sia una richiesta da parte del mercato e cercare un primo cliente desideroso di ricevere i risultati dello sforzo della startup e che magari sia anche disposto a collaborare alla messa a punto della sua idea innovativa”.

 

Marco Bicocchi Pichi è sposato, ha tre figli, si è laureato in Economia e Commercio a Torino con una tesi in Fiat Agri, ha conseguito il Master in Business Administration presso la Nyenrode University in Olanda con un progetto in Nissan Europa. Presidente di Italia Startup, associazione dell’ecosistema delle imprese innovative. Amministratore Unico di Management3 società di consulenza strategica, Co-Fondatore e Consigliere di Amministrazione di startup innovative. Nella prima parte della vita professionale è stato dirigente in multinazionali nel settore informatica e Internet e della consulenza strategica tra cui EDS Electronic Data Systems, Ernst & Young, Etnoteam, Booz Allen Hamilton (Professional Excellence Award nel 2014), A.T. Kearney focalizzandosi sull’industria automotive, retail e sull’applicazione delle tecnologie ICT ai processi di business. Da alcuni anni è imprenditore e business angel ha partecipato alla fondazione e al finanziamento di diverse startup tecnologiche assumendo anche ruoli di consigliere e presidente del consiglio di amministrazione. Nel 2014 è stato nominato Business Angel dell’anno dall’associazione IBAN Italian Business Angel Network.