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Fiorenzo Galli: «Serve la leggerezza delle rondini»

Nato a Milano nel 1955, Fiorenzo Galli è laureato in Politica Economica e Finanziaria all’Università degli Studi di Milano. Sposato, con due figli, ufficiale degli Alpini, ha un passato di imprenditore nel settore elettromeccanico in un’azienda di famiglia. È direttore generale del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci” di Milano dal 2001. A partire dal 1983 ha ricoperto incarichi in Confindustria e in Assolombarda, di cui è stato Presidente dei Giovani Industriali, componente del Comitato di Presidenza, del Consiglio Direttivo, della Giunta e del Collegio dei Probiviri.

di Edoardo Oldrati

Qual è il ruolo di un museo tecnologico, oggi?

Un museo non è un corpo estraneo alla società, siamo inseriti in una realtà ovviamente più ampia e complessa. Il nostro ruolo è sempre stato quello di dare ai cittadini, in particolare alle nuove generazioni, con l’aiuto dei laboratori e delle attività educative comprensione di come la ricerca scientifica e le tecnologie che ne derivano possano cambiare la nostra vita e di come possano diventare oggetto di un percorso formativo e di orientamento. Una realtà come la nostra è importante perché i ragazzi venendo a frequentare i nostri laboratori – ne abbiamo 14 e ne stiamo preparando 3 nuovi – possano capire verso quale tipo di approfondimento sono portati. Non vogliamo che tutti facciano gli ingegneri, naturalmente, però con le attività organizzate al Museo i ragazzi e le famiglie possono avere un’idea di un percorso di studio e di una professione futura. Per questo motivo sabati, domeniche e feste comandate i laboratori e gli spazi del Museo sono a disposizione delle famiglie e non solo delle scuole. Studenti, insegnanti e famiglie qualificano infatti il percorso di orientamento.

Quali sono le sue priorità nella direzione del Museo intitolato a Leonardo da Vinci?

Nell’ambito delle sue attività il nostro Museo punta su quattro aspetti che, tutti insieme, si trasformano in attrattività, che è per noi il tema fondamentale. Il primo è il capitale umano del Museo: infatti, il trasferimento di conoscenza e competenza può essere fatto solo attraverso personale estremamente specializzato (circa 150 persone a cui si sommano un centinaio di volontari). Il secondo pilastro è quello delle infrastrutture: nessuna realtà organizzata può fare a meno di adeguate infrastrutture, quindi stiamo lavorando molto sull’immobile che occupiamo e sui suoi relativi servizi. Il terzo tema è quello della comunicazione, perché è indispensabile avere a che fare con un mercato reattivo. Quindi va sollecitata continuamente l’attenzione nei nostri confronti da parte delle persone, delle famiglie, delle scuole ma anche dei nostri stakeholder, cioè le imprese con il loro know how, che ci aiutano contribuendo a laboratori e attività, ma anche utilizzando il Museo come location per convegni, conferenze e incontri, che contribuiscono a dimensionare il nostro ruolo sociale. Il combinato disposto rende il Museo un luogo intellettualmente ricco, con il suo intreccio tra realtà molto diverse che insieme vogliono raggiungere l’obiettivo di essere ben presenti nella società. Infine, il quarto punto è la necessità di sviluppare – e questa è la cosa più complicata – un finanziamento pubblico decente e certo: avere meno regole e più certezze. Questo però è un tema che riguarda tutto il Paese e non solo il Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano.

In un suo intervento, le abbiamo sentito ricordare la frase di Paul Valéry “Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta”. Com’è oggi il futuro che abbiamo di fronte?

È sempre meno il futuro di una volta, nel senso che i cambiamenti – ma per vederlo non è necessario essere direttore di un museo, ce ne accorgiamo tutti da cittadini – sono repentini e continui sia nell’organizzazione della società sia nello sviluppo delle necessarie competenze professionali.

Nel 2030 ci saranno numerose nuove professioni e molte attuali saranno scomparse. Per questo, citando ancora Valéry, «è necessario non essere leggeri come una piuma, ma come una rondine». Leggerezza quindi nel senso di un’agilità di comportamento e flessibilità nel cambiare. Fuor di metafora: bisogna sviluppare tutte le competenze utili ad avere quella leggerezza che consente di sopravvivere in una situazione molto mutevole senza perdere la rotta.

Sappiamo che il Museo ha rapporti con altri musei tecnico-scientifici in Europa: che cosa invidia ai colleghi di altri Paesi e quali sono i vantaggi di gestire un museo scientifico-tecnologico in italia?

Guardando con attenzione a ciò che succede in Europa, non posso che sottolineare come le risorse pubbliche a disposizione di francesi, tedeschi, inglesi siano dalle 20 alle 50 volte superiori a ciò che il sistema pubblico italiano riserva a noi. Del resto, questo discorso è vero anche per il mondo universitario e scolastico. Un’altra differenza è il riconoscimento sostanziale e non solo formale di quello che è il nostro ruolo: all’estero non ho mai sentito dire che «Con la cultura non si mangia», purtroppo da noi è stata un’affermazione tipica di una certa classe dirigente.

Un vantaggio, o meglio un privilegio, di essere italiani e in particolare milanesi è che qui abbiamo una biodiversità culturale, intellettuale e di sistema di impresa che è un patrimonio importante anche per chi fa il nostro lavoro. Non soltanto perché abbiamo molto a che fare con queste aziende, ma anche perché questo scenario composito ci fornisce continui stimoli.

Milano ha una grande tradizione industriale e tecnologica: questo humus influenza in qualche modo la vostra attività?

Il contesto milanese ci dà moltissimi privilegi: dal 2015 stiamo vivendo un momento particolarmente positivo per Milano. L’Expo naturalmente ha avuto un ruolo, facendo conoscere la città a milioni di persone, ma non c’è nessun miracolo: Milano è un insieme di communities molto diverse fra loro che rendono attrattivo il sistema con le loro molteplici capacità. Infatti il lavoro ben organizzato, la cultura del lavoro – perché anche quella è una forma di cultura – genera l’investimento sul capitale umano e sull’attrattività e si genera quindi uno scenario di successo. La tradizione di Milano non è solo una tradizione industriale: è una tradizione di autonomia che negli anni per concrezioni successive ha generato un sistema molto articolato e interdipendente, che riesce a dare soddisfazione a chi viene qui perché trova alta qualità in molteplici settori.

Entrando più in dettaglio delle attività del Museo, approfondiamo il discorso del Tinkering su cui siete molto attivi. Questo approccio educativo può essere un modo per portare nelle scuole le competenze tecnologiche di cui tante aziende manifatturiere hanno oggi grande esigenza tra le difficoltà a trovare personale con queste competenze (la programmazione dei robot, alcune tipologie di automazione…)?

Sì, è un modo per affrontare questa necessità e non è successo per caso. Il Tinkering, che è stato ideato all’Exploratorium di San Francisco con cui noi collaboriamo, è un progetto che nasce con l’obiettivo di mettere in collegamento il cervello con le mani, «Hands on, brain on». In quel territorio le grandi società del digitale hanno potuto alimentare la loro crescita proprio con centinaia di migliaia di ragazzi cresciuti per decenni con queste metodologie educative. Il sistema d’impresa italiano è largamente fatto di piccole imprese che dovrebbero diventare medie imprese: per farlo hanno bisogno di avere a disposizione del capitale umano in grado di gestire il 4.0 che, ricordiamo, non è semplicemente una tecnologia da comprare, ma un piuttosto un modo diverso di fare industria. Nell’ambito del sistema d’impresa credo che l’Industria 4.0 sia un approccio culturale che può alimentarsi non perché imposto o acquistato, ma perché figlio di una cultura generale sul territorio. Tinkering è quindi proprio uno degli strumenti con cui al Museo portiamo i giovani a ragionare con una mentalità da Industria 4.0.

Il Museo è impegnato nel progetto Hypatia per realizzare la parità di genere nell’orientamento e l’ingresso alle professioni scientifico-tecnologiche: perché questo tema è così importante?

Quello che contraddistingue la nostra istituzione culturale è che abbiamo un fortissimo legame tra la nostra attività e il rinnovo continuo che riteniamo debba avere la società. In una realtà organizzata in cui esistono delle forze sottoutilizzate per mancanza e per carenze organizzative di volontà non si genera il risultato. È come se in una squadra di calcio invece che in 11 giocassero in 5: ti becchi 9 gol. Se esiste una disparità di genere nell’ingresso alle professioni scientifico-tecnologiche significa che, per tante ragioni, siamo in una situazione che è molto migliorabile: la disparità di genere significa infatti togliere una quantità importante di risorse di valore a un risultato comune.

Proprio nelle vostre sale, fu presentato poco più di due anni fa il Piano Industria 4.0: ci dà una sua valutazione non tanto sul Piano, quanto sul percorso compiuto dalla manifattura italiana in questi anni. A che punto siamo secondo lei nell’evoluzione 4.0 dell’industria?

L’innovazione tecnologica adesso si chiama Industria 4.0, ma quando ero presidente dei Giovani Industriali all’inizio degli anni Ottanta già si parlava abbondantemente di innovazione tecnologica. Ma ne parlavano anche i nostri padri e probabilmente i nostri nonni. I limiti sono sempre quelli, cioè la volontà che spesso si scontra con le difficoltà indotte dalla dimensione aziendale. Bisogna tener conto che un’azienda di piccole dimensioni difficilmente riesce a essere concentrata su un obiettivo di medio periodo. In questa sfida lo Stato può aiutare a livello normativo, dando maggiore libertà d’azione e snellendo la burocrazia. Ma anche con un’attenzione culturale: parlare di tecnologia nelle scuole non significa riempire le aule di computer, ma lavorare sull’approccio culturale al mondo digitale.

L’innovazione è vista come soluzione a tutti i problemi e priorità per ogni azienda: di cosa si parla, concretamente?

Quello che conta dal mio punto di vista – e questo ancora una volta vale per qualsiasi tipo di organizzazione, dall’edicola in metropolitana allo Stato nazione – è il risultato, non il processo. L’innovazione è quell’insieme che consente all’imprenditore di rimanere con successo sul mercato: il suo principale orizzonte. Poi l’innovazione può avere molte forme: può essere di prodotto, di processo, di competenze oppure un rimescolamento di tutte queste cose che porta un risultato nuovo. Ecco la sfida.

Quale sarà il tema centrale di quest’anno?

A mio avviso parleremo soprattutto di tre cose, in questo 2019: lavoro, lavoro e lavoro. Spero che il tema non sarà affrontato imponendo continuamente nuove procedure che distolgono le capacità, le attenzioni e le forze alla costruzione di un sistema efficace e attrattivo. Altri temi “verticali” fondamentali sono la mobilità e le infrastrutture, di cui abbiamo un grande bisogno sia perché costituiscono lavoro, sia perché migliorano la qualità della vita.