Cefriel e Ucimu: il comparto macchine utensili, pur conscio del valore delle informazioni, ancora frenato da qualità disomogenea, sistemi poco integrati e responsabilità indefinite.
L’88% delle aziende associate a Ucimu – Sistemi per Produrre (l’associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot, automazione e di prodotti a questi ausiliari) si dice molto o abbastanza coinvolto nei temi legati ai dati aziendali, tuttavia il 77% del campione definisce “media” o “bassa” la qualità percepita dei dati e soltanto il 31% ha già lavorato a una strategia di valorizzazione in un’ottica di business.
Sono alcuni dei dati che emergono dalla survey condotta, tra luglio e settembre 2026, da Cefriel e Ucimu per analizzare la qualità di raccolta e governance dei dati e le condizioni per l’adozione dell’IA (Intelligenza Artificiale). Le risposte provengono da diverse funzioni aziendali, tra cui amministrazione, direzione e strategia, responsabili di stabilimento, uffici tecnici e di progettazione, IT (Information Technology) e automazione, area commerciale e funzioni legali e di compliance.

Maturità dell’industria
Sulla base dell’indagine, è nato il paper di Cefriel e Ucimu – Sistemi per Produrre “Maturità nella gestione del dato nell’industria delle macchine utensili”, a cura di Enrico Annacondia (responsabile della Direzione Tecnica di Ucimu), Alessandro Corrente (business development manager in Cefriel) e Nadia Scandelli (responsabile della Business Line Smart Products & Industrial Solutions di Cefriel), che fotografa un settore consapevole del valore delle informazioni, ma ancora frenato da qualità disomogenea, sistemi poco integrati e responsabilità non sempre definite.
Tra consapevolezza e operatività
Nel settore delle imprese produttrici di macchine utensili, si legge nel paper, il dato risulta un elemento strategico, ma ancora difficile da valorizzare in un’ottica di business. Se il 62% ritiene la propria infrastruttura attuale solo parzialmente in grado di supportare lo scambio automatizzato dei dati, soltanto l’8% delle imprese dichiara un’elevata integrazione tra IT e OT (Operational Technology).
Il limite più evidente sul piano infrastrutturale riguarda il dialogo tra i sistemi informativi e gestionali, come ERP (Enterprise Resource Planning) e piattaforme cloud, e le tecnologie operative impiegate nella produzione. La capacità di far dialogare IT e OT rappresenta, invece, un passaggio centrale per estendere le iniziative digitali all’intera organizzazione. Senza dati integrati e utilizzabili in modo continuativo, le sperimentazioni rischiano di rimanere circoscritte e di non tradursi in applicazioni diffuse nei processi industriali.
Manca un presidio chiaro
Alla difficoltà tecnologica si affianca un tema organizzativo. Nel 46% delle imprese, l’ownership del dato non è chiaramente definita: nel 23% dei casi le responsabilità sono distribuite tra persone appartenenti a funzioni diverse, senza un coordinamento unitario, mentre un altro 23% dichiara di non avere alcuna figura di riferimento. In assenza di ruoli e responsabilità chiaramente assegnati, aumenta il peso delle attività manuali e diventa più complesso assicurare coerenza e affidabilità alle informazioni.
«La governance — ha affermato Annacondia — emerge come una condizione necessaria per superare la frammentazione e collegare la gestione dei dati ai processi nei quali il lavoro manuale è ancora maggiormente diffuso, come collaudo, manutenzione e service. Una strategia orientata ai dati genera, infatti, ritorni tangibili solo se governata in modo strutturato e strategicamente definito».
Condividere i dati
Nonostante le difficoltà interne, la propensione alla collaborazione è elevata. L’85% delle imprese ritiene importante condividere informazioni in modo sicuro tra costruttori, fornitori e clienti. Permane, tuttavia, un significativo problema di “fiducia”, con il 38% delle aziende che individua nella protezione del know-how l’aspetto più critico della gestione condivisa dei dati. Inoltre, l’88% delle imprese gestisce la data sovereignty, cioè il controllo legale e territoriale sui propri asset digitali, in modo soltanto parziale, limitato o inesistente.
«Senza regole certe su chi accede alle informazioni e per quali finalità — ha commentato Scandelli — le aziende rischiano di rinunciare a modelli di servitizzazione ad alto margine per il timore di cedere proprietà intellettuale alla concorrenza. La sfida non risiede tanto nella disponibilità delle tecnologie quanto nella capacità di definire regole, responsabilità e modelli di governance che rendano la collaborazione sostenibile e scalabile nel tempo».
Come muoversi
Le imprese manifatturiere sono chiamate a compiere un profondo cambio di paradigma, adottando un approccio “Data Design First”.
Il vantaggio competitivo del comparto dei costruttori di macchine utensili si fonda oggi sulle architetture digitali e sulla capacità di estrarre valore dalle informazioni che le macchine stesse generano. Il patrimonio informativo non rappresenta più un sottoprodotto delle operazioni quotidiane, ma è una vera e propria infrastruttura strategica, necessaria per alimentare processi decisionali rapidi ed essenziale per abilitare tecnologie avanzate come l’IA.
«La tradizionale qualità meccanica e ingegneristica — ha evidenziato Corrente — resta uno dei punti di forza dell’industria italiana delle macchine utensili. Come suggerisce l’approccio Cefriel per la costruzione di una future-proof organization, a questa si deve però affiancare una nuova dimensione competitiva: la capacità di generare, integrare e valorizzare dati lungo l’intero ciclo di vita di macchine, prodotti e servizi. Secondo la survey, molte aziende hanno già avviato questo percorso. La sfida è trasformare esperienze ancora frammentate in modelli e pratiche condivisibili, capaci di sostenere l’evoluzione digitale dell’intera filiera».
Il paper può essere richiesto a questo link ed è stato presentato alla 35.BI-MU con una tavola rotonda visibile su YouTube.
a cura di LORIS CANTARELLI

Condividi l'articolo
Scegli su quale Social Network vuoi condividere