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Maurizio Marchesini: «Servono politiche per le filiere»

Emiliano, Maurizio Marchesini è presidente di Marchesini Group SpA, della fondazione FiD (Fare impresa in Dozza) e priore presidente del Monte del Matrimonio, Istituto di Previdenza per la Famiglia fondato a Bologna nel 1583. Consigliere di Nomisma. Cavaliere del Lavoro e tesoriere del Gruppo emiliano-romagnolo. È vicepresidente di Confindustria, componente del consiglio direttivo di Ucima. Dal 2009 al 2011 è stato presidente di Unindustria Bologna; presidente della Fondazione Aldini Valeriani dal 2011 al 2013, presidente di Confindustria Emilia-Romagna nel quinquennio 2012-2017 e vice presidente Simest dal 2015 al 2019. Nell’ottobre 2019 ha ricevuto la laurea a honorem dall’Alma Mater Studiorum in Automation Engineering/Ingegneria dell’Automazione.

In Confindustria lei ha la delega per le medie imprese: quale impatto ha avuto e sta avendo la pandemia sulle medie aziende italiane e di cosa hanno necessità ora per ripartire?

«In questo momento per tutte le imprese l’emergenza è la liquidità. Nel corso di questo anno le imprese si sono indebitate moltissimo e la restituzione di questo debito impegnerà anni di futuro cash flow. Si tratta di risorse che vengono sottratte agli investimenti, che sono invece la leva per fare ripartire la domanda interna, per dare slancio alla crescita e potere così iniziare a recuperare i troppi punti di PIL persi in questo anno. Il presidente Bonomi ha di recente affrontato questi temi nell’incontro con il Presidente del Consiglio, indicando una serie di misure che vanno rapidamente attuate: dall’allungamento dei tempi per la restituzione dei debiti al recupero dell’IVA versata sui corrispettivi non incassati fino a interventi per favorire la patrimonializzazione delle imprese, che rappresenta un aspetto di particolare fragilità del nostro sistema produttivo, anche attraverso incentivi fiscali per favorire l’afflusso di risparmio di persone fisiche e investitori nelle imprese».

In un’azienda l’innovazione della produzione passa anche attraverso investimenti in macchine utensili (per esempio gli importanti investimenti della sua azienda in tecnologie additive). È importante favorire un ammodernamento del parco macchine installato in Italia?

«La necessità di rinnovare il parco macchine del nostro Paese è alla base della forte attenzione che il Piano Transizione 4.0, nato come Piano Nazionale Industria 4.0, dedica alla promozione degli investimenti innovativi da parte delle imprese. Quando si è lavorato alla definizione del Piano nel 2016 l’obiettivo è stato proprio quello di avviare un processo di modernizzazione delle industrie e riportare su livelli di normalità i dati emersi in una ricerca di Ucimu del 2015, che rilevavano una vita media dei macchinari pari a 12 anni e 8 mesi, con un tasso di obsolescenza che riportava l’Italia indietro di venti anni. Grazie alle politiche attuate dal 2017 a oggi, il percorso di rinnovamento è stato avviato in modo deciso: l’iperammortamento nei primi tre anni e il credito d’imposta beni strumentali 4.0 intro dotto nel 2020 hanno dato un forte impulso agli investimenti in macchinari innovativi e in beni immateriali, che rappresentano una componente essenziale per la transizione al 4.0».

Una tendenza sempre più evidente per tutto il manifatturiero è quella della personalizzazione completa: in questa sfida produttiva quale contributo può dare la filiera?

«Abbiamo sempre parlato di Industria 4.0 come leva per la competitività, mettendo in evidenza i tanti aspetti positivi dell’integrazione delle tecnologie digitali nei processi produttivi. Il 4.0 ci consente di privilegiare la flessibilità rispetto alla produttività, permette di ricondizionare velocemente le produzioni, di personalizzare, di costruire nuovi prodotti in modo più veloce. Ebbene, l’esperienza drammatica di questo anno ha messo ancora di più in evidenza la strategicità delle tecnologie digitali per la stessa sopravvivenza delle imprese e, di conseguenza, per la resilienza di intere filiere. Un tema che ormai è diventato non più rinviabile e che va affrontato con politiche industriali mirate».

Di recente è stato lanciato un progetto di cloud europeo: è una notizia importante per le aziende italiane? Il futuro del nostro manifatturiero sarà anche sul cloud?

«È una notizia importante prima di tutto per l’Europa, che intende rendersi indipendente dalle altre grandi piattaforme economiche in alcuni ambiti considerati strategici e per questo ha posto la digitalizzazione al centro delle proprie politiche economiche. E certamente è una notizia importante anche per il sistema produttivo. Come ormai è stato detto tante volte, i dati sono il nuovo petrolio e c’è un forte interesse delle imprese per l’iniziativa europea, che ha l’obiettivo di creare un cloud federato e sviluppare così una data economy continentale fondata su valori europei. Il cloud giocherà un ruolo fondamentale per lo sviluppo competitivo delle aziende in quanto consente di utilizzare i servizi da remoto messi a disposizione attraverso piattaforme e infrastrutture per la gestione dei dati, valorizzare e proteggere il patrimonio informativo delle aziende e utilizzare la potenza di calcolo dei centri specializzati per sfruttare nuove tecnologie quali l’intelligenza artificiale, la blockchain e l’IoT».

Per la ripartenza sarà fondamentale l’export: cosa può aiutare le medie aziende italiane a essere ancora più efficaci nei mercati esteri?

«La chiave è differenziarsi rispetto ai competitor con soluzioni innovative che possono migliorare la performance della clientela. L’Italia ha costruito una reputazione sul brand Made in Italy che è sinonimo di qualità, affidabilità e ingegno ed è fondamentale valorizzare il nostro know how soprattutto nei mercati che prima di altri usciranno dalla crisi pandemica. Penso per esempio alle economie asiatiche che presentano tassi di crescita interessanti e dove le tecnologie italiane hanno grandi potenzialità».

Secondo molti analisti il Next Generation EU può essere l’occasione per cambiare profondamente l’industria italiana: in che modo dovrà cambiare la filiera per cogliere queste opportunità?

«Bisogna partire dal ruolo che l’Italia riveste e potrà rivestire in futuro nell’economia europea. Il grande valore aggiunto della manifattura italiana è la sua capacità di occupare nicchie di mercato, ovvero la capacità di personalizzare e di lavorare sulla qualità. E le nicchie diventano molto importanti se occupate a livello globale. Fino a oggi parlare di globalizzazione significava comprare prodotti e servizi nei Paesi d’origine a un prezzo minore. Questo concetto era già stato messo in crisi dalle guerre commerciali degli ultimi anni e con la pandemia è stato totalmente messo in discussione. La nuova globalizzazione va nella direzione di accorciare le filiere. Ora si tende a cercare forniture nei Paesi più controllati e più vicini. Per questo è necessario accompagnare le filiere con specifiche politiche volte ad assicurarne la resilienza e la crescita. Questo significa rafforzare l’organizzazione delle filiere e i rapporti tra fornitori, fare crescere le imprese, le loro competenze tecniche e manageriali».

Di che supporto hanno bisogno le medie aziende per riuscire a dotarsi di quelle competenze e nuove skill digitali che sono fondamentali per potere crescere in questo mercato?

«Servono giovani formati in materie tecniche ma, nonostante l’alto tasso di disoccupazione che c’è in Italia, le imprese fanno fatica a trovare questi profili. Se si pensa all’industria e alla sua trasformazione in chiave digitale è evidente la necessità di dotarsi di profili professionali capaci di gestire le nuove tecnologie e la loro applicazione nei processi produttivi. È fondamentale attrarre i giovani nell’industria e per questo serve avvicinarli a questo mondo. Potere conoscere da vicino una realtà produttiva è un’esperienza fondamentale per un ragazzo che deve orientare le sue scelte formative. È importante anche informare i giovani sulle professioni che sono più richieste dal mercato del lavoro e avvicinarli al mondo della manifattura. In questo senso, gli ITS hanno un ruolo decisivo».

Servono degli aggiornamenti al Piano Transizione 4.0? Quali sono le priorità di Confindustria in quest’ambito?

«Confindustria ha chiesto il rafforzamento del Piano Transizione 4.0, un piano completo che affronta tutti gli aspetti e gli interventi necessari a realizzare la trasformazione digitale. Con la legge di bilancio 2021 il Piano Transizione 4.0 è stato ulteriormente potenziato e ha molti punti di forza. Primo fra tutti, la continuità del Piano già fissata anche per il 2022. Potere contare su un quadro di misure nel medio periodo è fondamentale per le imprese che devono programmare investimenti. Ma non solo, gli strumenti del Piano sono stati notevolmente migliorati: sono state rafforzate le aliquote dei crediti d’imposta sia per i beni strumentali sia per le attività di R&S, sono stati ridotti i tempi di compensazione del credito beni strumentali da 5 a 3 anni e il credito è fruibile già a partire dall’anno di entrata in funzione del bene; è stato ulteriormente rafforzato il credito d’imposta per la formazione 4.0, consentendo l’inclusione nella base di calcolo anche delle spese relative all’erogazione della formazione. Crediamo però che il Piano possa essere ulteriormente rafforzato, prevedendo la possibilità di cedere il credito d’imposta agli istituti bancari o, in alternativa, al fornitore, e ottenerne lo sconto in fattura. Si tratterebbe di uno strumento estremamente importante per supportare gli investimenti delle imprese anche sotto il profilo finanziario, affrontando in modo deciso il tema della liquidità e dell’accesso al credito. Il nostro obiettivo ora è spingere le imprese a utilizzare questi strumenti e monitorare l’andamento degli investimenti per proporre eventuali ulteriori aggiustamenti».

Un aspetto fondamentale dell’attività di tante aziende italiane attive nella costruzione di macchine e impianti industriali è legato al service e alla manutenzione delle macchine installate. Questa attività, fondamentale a livello di business, è stata limitata dalle restrizioni alla mobilità imposte dalla pandemia e tante aziende hanno puntato su servizi digitali per superare questi blocchi. il ricorso a queste soluzioni “digitali” è destinato a rimanere forte nei prossimi mesi o – non appena le restrizioni saranno allentate – si tornerà alle modalità pre-pandemia?

«Le chiusure che abbiamo vissuto in quest’anno e le restrizioni alla mobilità hanno accelerato la digitalizzazione di alcuni processi integrando tecnologie 4.0 nei processi produttivi. Per esempio, molte imprese si sono dotate di tecnologie che consentono la manutenzione a distanza o il controllo dei propri impianti da remoto. Difficile immaginare cosa succederà quando saremo usciti da questa esperienza drammatica, ma credo che dove sono stati realizzati investimenti per la digitalizzazione si proseguirà secondo il “nuovo” modello e certo non si tornerà indietro».

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